P4, meglio commettere reati

Per il di più a praticarsi rivolgersi a Bisignani. Un faccendiere affaccendato in spostamenti di persone, non di capitali. Questo è il Luigi Bisignani – eroe della nomenclaturina – raccontato in un’istantanea non necessariamente fotografica ma proprio un disegno, una tavola come l’avrebbe potuta scarabocchiare Honoré Daumier, con quella Italietta retrocessa a calzetta, mezza naturalmente, e con le tante facce di semi gagà accorsi al casting del gigantesco sputtanamento.
Immagine di P4, meglio commettere reati
Per il di più a praticarsi rivolgersi a Bisignani. Un faccendiere affaccendato in spostamenti di persone, non di capitali. Questo è il Luigi Bisignani – eroe della nomenclaturina – raccontato in un’istantanea non necessariamente fotografica ma proprio un disegno, una tavola come l’avrebbe potuta scarabocchiare Honoré Daumier, con quella Italietta retrocessa a calzetta, mezza naturalmente, e con le tante facce di semi gagà accorsi al casting del gigantesco sputtanamento.

Una Maserati coi baffi, infatti,
è ben più di una qualunque bustarella e un giro di prova – vroom, vroom – se non è corruzione è il compiacersi del grottesco. Il reato, infatti, non si intuisce e un Mauro Masi, a bordo – pugnetti stretti sul volante – è tale e quale a Snoopy. Ma non con la sciarpa al vento, piuttosto la lingua.

E per il di più a capacitarsene di questa vicenda, si capisce, c’è che un’intercettazione non si nega a nessuno. Chi non risulta nelle trascrizioni è marchiato a sangue – non conta un fico secco – e fatto è che non c’è manco Berlusconi in questa storia. Qualcosa vorrà dire.

Le truppe del cardinale sciamano a dispetto del re. L’accostamento, neppure troppo lontano, con Gianni Letta mette al riparo da ogni volgarità, se è anche vero che nessuno, a sinistra, con l’eccezione di Marco Follini, gli ha dato la solidarietà (neppure il nipote, Enrico Letta), è anche vero che nessuno lo ha attaccato. E se c’è un sistema di potere che prescinde da Silvio Berlusconi vuole dire che a Palazzo, dove dovrebbe comandare uno, l’altro, invece – con la benedizione della rara spregiudicatezza vaticana – ha già disposto il cambio dell’arredamento.

L’unico mobile immobile
è il prete – il cardinale, l’arcivescovo o una badessa – insomma, uno che non prega, e frega. Mai che si presentino per somministrare la Grazia di Dio, questi uomini della Carità. Mai che in un’intercettazione, infatti – a memoria diabolica – si legga di un religioso che impartisca una benedizione. O un’ammonizione. Mai un “figliolo non peccare”, mai: piuttosto prestano case. Come ai Gentiluomini di Sua Santità. Per fornicare.

Non comanda nessuno nell’Italietta e – per il di più a praticarsi – a qualcuno ci si deve pur rivolgere. Ne sa qualcosa lo stesso Massimo D’Alema quando, cercando un ruolo, chiese e ottenne da Gianni Letta il posto al Copasir. Con tutti gli omissis trascritti sulle bestemmie bruciate da Fabrizio Cicchitto: “E’ come dare la Croce Rossa a Dracula”.

Lo scandalo, insomma, il fumus intorno alla Loggia di Propaganda 4, è consumato a prescindere da Berlusconi, è oltre lo stesso Cavaliere perché, in conclusione, il Bisignani – con quella sua faccia ancora ferma alla stagione degli Yuppie, “il più conosciuto tra i conosciuti” – è pur sempre uno che era già qualcosa ai tempi di Giulio Andreotti. E resta ben più di qualcosa adesso che la Seconda Repubblica è più che finita. Fosse pure per certificare con cinquemila scatti tutti i Topolanek presenti nelle ville sarde del Cavaliere.

Sarebbero dunque questi i potenti,
quelli incappati nello strascico spionistico delle intercettazioni, ma la magistratura – organizzando lo sputtanamento – mette in mostra un mondo che incontra altri mondi o, per dirla in un altro modo, è un mondo che, incontrando altri mondi, conclama il fallimento del bipolarismo.
Sono dunque questi i potenti accomodati al bar di piazza Mignanelli. Fanno l’associazione segreta all’aperto. Se ne stanno ai tavoli, armati di Fernet. E poi, vanno tutti da “Nino”. Al ristorante di via Borgognona. Ad Abu Dhabi, sul telefono di Masi, chiama Luca Cordero di Montezemolo che è pur sempre l’asso del terzismo – uno che certo non offre donne come Berlusconi, piuttosto motori – ed è uno che chiama e sollecita un contratto per Edwige Fenech. In tanti si affannano per sistemare delle giornaliste in Rai – tutti telefonano, tutti sanno di essere ascoltati – e già quell’idea dell’associazione segreta, la sulfurea combriccola del Boaz (formula di passo dell’Istituzione massonica), si stempera nella fralezza delle pubbliche relazioni perché questi congiurati qui, invece che sciogliere i cani lupo, l’unico grave pericolo che possono ordire ai danni della Costituzione è quello di dare il meritato posto in palinsesto a Monica Setta. E ad Anna La Rosa.

Non s’intuisce il reato, questo è il fatto, non ci sono tangenti, solo cene con avvenenti ma si attende – tutti – la malannata. Tutti azzimati, tutti ben pettinati, ostentano la camicia immacolata fin nel cuore della notte. I convenuti allo sputtanamento sono tutti registrati nel maestoso archivio del gossip ma, pur in possesso di buste vuote intestate alla presidenza del Consiglio, di cui è facile immaginare l’uso, godono a volte di un benefico cortocircuito. Come quando gli agenti della Guardia di Finanza fanno irruzione nell’ufficio del faccendiere affaccendato in trasferimenti d’uomini e, nel disbrigo delle generalità, devono mettersi sugli attenti: sta facendo anticamera presso il faccendiere un loro generale. Arrivato lì per il di più a rivolgersi.

A qualcuno ci si deve pur raccomandare e non ci sono più i lugubri anni Novanta, c’è solo il trionfo di una nomenclaturina, c’è la sempreverde segnalazione e, infine, questo di più a praticarsi dove un Bisignani, dalla sfuggente estetica, mai torvo, s’è quasi fatto antenna ricetrasmittente per tutti i messaggi che, dalla lettura delle carte istruttorie, recapita ai suoi questuanti.

Ed è una vicenda più di intenzioni
che di eversione, di maldicenza più che di trama oscura, qui nessuno sta braccando Roberto Calvi, ma la timida e fragile onorevole Michaela Biancofiore. E si salva solo chi va a letto presto la sera e non frequenta taverne e non telefona soprattutto perché nel fare il lavoro sporco per conto terzi s’incappa sempre nella cerca di pochi e miserabili spiccioli, come quel voler mettere in croce Ilda Boccassini per via di un figlio giustamente giovane e doverosamente scapestrato. Per fatti consumati (una rissa) in quel di Ischia peraltro, non certo al G8. Praticamente siamo, quanto a qualità della polemica, un gradino giù rispetto ai calzini del giudice Raimondo Mesiano, dileggiato dal giornalismo fiancheggiatore di “Mattino5” a causa del colore. Turchese. “Da non sfoggiare al tribunale”. Ma erano calzini lunghi, peraltro. Queste sono solo mezze calzette. Ci fosse una Moody’s del buongusto saremmo retrocessi in serie C. Meglio commettere reati.